La luce abbagliante e bruciante dei riflettori social: quando cinque secondi diventano una condanna (e un filtro sul proprio corpo)

L'impatto dei social sulla decontestualizzazione e i modelli sociali

Valerio Bonanno

Un video di cinque secondi può cambiare la vita di una persona. È ciò che è accaduto a Dario Costa, 21 anni, studente di psicologia, diventato bersaglio di insulti e minacce dopo che Matteo Salvini ha rilanciato sui social un frammento decontestualizzato della sua protesta contro il Ponte sullo Stretto. Nei giorni successivi, Costa ha denunciato l’ondata d’odio e ha pubblicato un video di risposta; la vicenda è stata ripresa da testate nazionali e locali.

Poche settimane prima, negli USA, un episodio “diverso ma uguale”: Andy Byron (allora CEO di Astronomer) e Kristin Cabot (capo HR) vengono inquadrati dalla kiss cam a un concerto dei Coldplay; il video diventa virale e entrambi si dimettono. La cronologia delle dimissioni è confermata da testate mainstream.

Questi casi mostrano un meccanismo tipico dell’ecosistema digitale: visibilità improvvisa e decontestualizzazione espongono reputazioni, carriere e salute mentale alla mercè di un “tribunale” che giudica sull’istante.

I social trasformano la realtà in clip capaci di ridefinire identità e legami. Nei giovani, questa esposizione si innesta su un terreno delicato: immagine corporea e confronto sociale. La letteratura segnala associazioni tra uso intenso/problematico dei social e insoddisfazione corporea, bassa autostima e condotte alimentari disfunzionali, con un ruolo chiave di confronto e internalizzazione degli ideali.

Gli effetti dei social non sono sempre uguali per tutti: alcune ricerche a lungo termine mostrano che, a livello individuale, l’impatto può essere anche modesto o variabile. Tuttavia, quando si confrontano gruppi diversi, emerge un dato più netto: chi passa più tempo a guardare contenuti incentrati sull’aspetto fisico tende a confrontarsi di più con gli altri e a interiorizzare modelli estetici poco realistici. Resta però un dato pratico: ridurre il tempo sugli schermi migliora la percezione del proprio aspetto in studi sperimentali.

Le linee guida APA (American Psychological Association) e l’Advisory del Surgeon General convergono: senza “guardrail” progettuali e competenze di alfabetizzazione, non possiamo considerare i social “sufficientemente sicuri” per gli adolescenti.

Celebrità e politici dispongono di media training, team legali/PR e protocolli di crisi. Non li rende immuni, ma offre cuscinetti psicologici e organizzativi. Chi non è “allenato” (uno studente o un manager) è più esposto a loop di ipervigilanza, insonnia, pensieri intrusivi e ritiro sociale quando diventa oggetto di viralità ostile. Il caso Costa è esemplare: frame ironico si trasforma in gogna mediatica e infine minacce.

Negli ultimi anni sono emersi casi di insegnanti e professori che mantengono profili su piattaforme per adulti (es. OnlyFans), con conseguenti richiami disciplinari o dimissioni. Qui interessano i nessi psico-sociali, non la morale privata: la letteratura su stigma e sex work digitale mostra che i creator negoziano identità e stigma in contesti di forte esposizione e giudizio, con ricadute emotive non banali; sul piano professionale, molte amministrazioni scolastiche hanno policy sull’uso dei social e sui confini tra vita privata e ruolo educativo; non giudicano la sessualità in sé, ma l’opportunità rispetto al mandato formativo e alla fiducia scuola-famiglia. (Esempi: linee guida e codici di condotta su social e contenuti sensibili.)

Perché tutto questo ha peso? Perché docenti (e politici) sono modelli socioculturali. La Social Cognitive Theory e ricerche su role modeling indicano che i giovani apprendono osservando figure percepite come competenti, simili e raggiungibili; ciò influenza auto-efficacia, aspettative e scelte. Nello specifico digitale, influencer e figure seguite online (inclusi insegnanti/influencer) possono incidere su atteggiamenti e comportamenti dei teenager; qui giocano relazioni parasociali, durata del follow e percezione di credibilità.

Quindi: senza entrare nel merito delle scelte personali dei docenti, il punto pubblico riguarda come i ruoli ad alta fiducia (insegnanti, politici, amministratori) abitano la visibilità. Non perché “perfetti” per definizione, ma perché la loro condotta comunicativa modella aspettative e norme nei giovani, in positivo o in negativo. Le evidenze su role model & self-efficacy, su prosocial modeling e sulle carriere mostrano effetti reali e misurabili.

Alla luce di queste complessità, appare evidente che non servono crociate né semplificazioni, ma strumenti concreti per affrontare un ecosistema digitale che mette in gioco identità, modelli e vulnerabilità. Alcune linee di intervento possono orientare sia chi ricopre ruoli istituzionali, sia le famiglie e gli stessi adolescenti.

Per le figure istituzionali – docenti, politici, professionisti con una funzione pubblica – il nodo centrale è la chiarezza dei confini. Separare identità pubblica e privata, adottare policy trasparente e rispettare quelle dell’ente di appartenenza significa evitare sovrapposizioni rischiose, in particolare con studenti o minori. Le linee guida scolastiche internazionali insistono su questo punto: tutela della privacy, non accesso dei minori a contenuti per adulti e non associazione con il ruolo didattico.

Per scuole e famiglie, diventa cruciale l’alfabetizzazione critica. Insegnare come funziona il confronto sociale, che cos’è un contenuto manipolato o decontestualizzato, e come riconoscere ideali estetici irrealistici riduce la vulnerabilità all’impatto negativo dei media

Per gli adolescenti, le evidenze suggeriscono l’utilità di una vera e propria igiene dell’esposizione: limitare il tempo passato sugli schermi, selezionare attivamente i contenuti nel proprio feed e allenarsi a confronti “laterali” (con sé stessi nel tempo) piuttosto che “verticali” con modelli ideali o irraggiungibili. Studi sperimentali mostrano che tagliare anche solo parzialmente il tempo online migliora la percezione del proprio corpo e riduce il malessere legato al confronto.

Infine, per istituzioni e aziende, diventa urgente sviluppare protocolli anti-gogna. La riluttanza a moderare commenti, il rilancio di frammenti privati decontestualizzati o l’assenza di tutele rischiano di amplificare un danno che non è solo reputazionale ma anche psicologico. Sistemi di moderazione, servizi di supporto psicologico e assistenza legale non sono un optional, ma strumenti di protezione di fronte a un’esposizione digitale sempre più pervasiva.

Tra frame virali, kiss cam e profili personali resi pubblici, la domanda non è “chi ha ragione in assoluto”, ma come gestiamo responsabilmente la visibilità quando ricopriamo ruoli che, volenti o nolenti, modellano i più giovani. Senza demonizzare i social (né le scelte private), possiamo pretendere standard comunicativi più alti da chi ha potere simbolico e, insieme, fornire ai giovani gli strumenti per leggere quell’esposizione senza farsene travolgere.

Scopri, comprendi, cambia, fiorisci.

Bibliografia

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Articoli di giornale

Capozzoli, M. (2023, 18 novembre). Adolescenti e social, il lato oscuro di TikTok e Instagram. La Repubblica.

De Gregorio, L. (2024, 2 marzo). L’effetto dei social sull’immagine corporea: cosa dicono le ricerche. Corriere della Sera.

Murgia, A. (2023, 21 dicembre). Lo specchio digitale: quando i social alterano l’autostima. Il Sole 24 Ore.