Le dipendenze che non ti aspetti: chatbot e nuovi legami – Cronaca di un disastro annunciato

Valerio Bonanno

7/9/20252 min read

“Ho 11 anni, mi serve aiuto per smettere”. È il titolo di un articolo di Fanpage.it (link per l'articolo: https://www.fanpage.it/innovazione/tecnologia/ho-11-anni-mi-serve-aiuto-per-smettere-cosa-abbiamo-scoperto-nei-gruppi-per-disintossicarsi-dai-chatbot/) che descrive e racconta “legami ossessivi” con le AI e i modelli linguistici. Non è un caso di mera curiosità tech: è un segnale. Non è un articolo click bait ma un vero è proprio campanello d’allarme di come la nostra nuova generazione sia colpita da i nuovi sintomi. La vecchia isteria freudiana degli anni 1900 è cambiata con la più moderna “dipendenza affettiva”, sentenziano gli articoli sensazionalistici. È proprio così? C’è una nuova frontiera clinica che deve occuparsi di dipendenze affettive? Oppure bisognerebbe parlare d’altro? Forse bisognerebbe rivedere Bauman e il concetto di società liquida e magari introdurre il concetto di “legami gassosi”. Una società in cui si promuove la desertificazione emotiva, dove un ragazzo, per esprimere il suo bisogno di essere ascoltato si rivolge ad una macchina. Ci si rivolge ai chatbot, che simulano empatia e presenza costante, ma sono pur sempre algoritmi programmati per piacere. Questa finzione, nota come artificial intimacy, spinge gli utenti (specialmente i più fragili) a confidarsi “con qualcosa che sembra ascoltare”, e può generare un attaccamento emotivo profondo, ma fasullo. Le analogie con relazioni parasociali (fan‑celebrità) offrono un quadro agghiacciante: c’è chi preferisce un interlocutore digitale sicuro, prevedibile e che non chiede nulla in cambio, aprendo scenari inquietanti sul futuro delle nuove generazioni.

Per quanto il fenomeno sembri nuovo esistono studi su giovani che mostrano una correlazione evidente: chi usa i chatbot per supporto emotivo è più solo e sente meno sostegno sociale rispetto ai coetanei. Un’altra ricerca recente ha dimostrato che l’uso intensivo dei bot è associato a un peggioramento del benessere psicologico soprattutto in soggetti con reti sociali limitate . Il rovescio della medaglia digitale è dunque una solitudine autentica, peggiore di quella iniziale.

I chatbot sono progettati per risultare rassicuranti, mai conflittuali, e per rispondere con costante approvazione: un meccanismo perfetto per il rilascio di dopamina . Il guadagno emozionale, con poco sforzo, finisce per sovrascrivere la fatica , ma vitale, di costruire relazioni reali, complesse e imperfette.

Questa dipendenza da AI non è solo tecnologia; è il segno che stiamo perdendo qualcosa di essenziale: le relazioni. Come dice Sherry Turkle, l'interazione meccanica rischia di erodere la capacità di empatia e la volontà di connettersi veramente. I giovani cadono in “phubbing” digitale, ignorando amici e famiglia per una chat comfort-zone sempre disponibile. È un fenomeno che è stato sottovalutato già in passato e che adesso esplode (o che è già esploso con il tacito consenso di tutti): in tempi non sospetti si cercava il confronto, il dialogo in chat o in blog in cui si elemosinava approvazione; l’avvento di Facebook ha aperto questo mondo agli occhi di tutti, generando un “vuoto emotivo” che è sfociato nei più moderni snapchat Instagram e TikTok; i chatbot e le nuove dipendenze di questo tipo sono solo il proseguo naturale di questo iter de-evolutivo.

Un monito a me stesso : il rischio è semplificare. I chatbot non sono il male. Sono lo specchio. Il problema vero è il contesto educativo, relazionale, socioeconomico che li rende così seducenti. Bisogna scegliere: o ci parliamo davvero, o ci consegniamo tutti alla compagnia di chi non esiste e in quest’ottica serve uno sforzo collettivo: genitori presenti, educatori formati, servizi psicologici accessibili. E gli stessi sviluppatori probabilmente dovrebbero rivedere gli algoritmi accomodanti e accondiscendenti: basta con l“engagement a ogni costo”, servono limiti, consapevolezza, etica.

Scopri, comprendi, cambia, fiorisci.

Oppure resta lì, a parlare col tuo bot. Fino a dimenticare di essere vivo.