l silenzioso logorio dell’essere bravi (e non sentirlo): la sindrome dell’impostore
7/29/2025


Il silenzioso logorio dell’essere bravi (e non sentirlo): la sindrome dell’impostore
C’è un paradosso che colpisce con precisione chirurgica proprio le persone più competenti, più sensibili, più attente: la convinzione profonda di non meritare ciò che hanno ottenuto. Di essere arrivati “per caso”, per fortuna, per errore. È la sindrome dell’impostore — ma più che una sindrome, è un copione.
Un copione interiore, silenzioso, che si ripete sotto traccia ogni volta che qualcuno ci riconosce qualcosa. Un elogio, un titolo, una posizione raggiunta… e subito compare il pensiero: “Se solo sapessero davvero chi sono…”.
La sindrome dell’impostore non è semplice insicurezza. È una forma di alienazione da sé. È il non riuscire a sentire proprio ciò che si è realizzato. È la distanza percettiva tra il proprio valore reale e la percezione soggettiva che se ne ha. Un fenomeno che ha poco a che vedere con l’effettiva competenza e molto, invece, con la storia emotiva e relazionale che ci portiamo dentro.
Nel loro celebre lavoro pionieristico, Clance & Imes (1978) identificarono per la prima volta questa esperienza in donne altamente qualificate che, nonostante risultati evidenti, si sentivano intellettuali fraudolente. Da allora, il costrutto si è ampliato e articolato, trovando riscontro trasversale in diverse categorie sociali.
Un metanalisi recente di Bravata et al. (2020) ha evidenziato la presenza del fenomeno in studenti, accademici, professionisti e medici, con prevalenze stimate tra il 9% e l’82%, a seconda degli strumenti usati. Una variabilità che, più che imprecisione, segnala quanto la sindrome dell’impostore sia un fenomeno situato, non solo un tratto individuale.
Molti di coloro che oggi vivono la sindrome dell’impostore sono cresciuti sotto il segno dell’iperadattamento. Hanno imparato presto a essere bravi, veloci, precisi. Ma non hanno imparato a riconoscersi. A costruire una percezione interna di valore che sia stabile, corporea, affettiva.
Questa difficoltà si può osservare anche attraverso il lavoro psicoterapeutico con le immagini, il corpo, la memoria emotiva implicita, ambiti esplorati, ad esempio, da autori come Fonagy e Target (1997) sullo sviluppo del sé riflessivo e Schore (2003) sull’integrazione affettivo-corporea precoce. Senza una base affettiva stabile, la valutazione di sé rimane esterna, fragile, performativa.
Più si ottiene, più cresce il rischio. Perché aumentano le aspettative, si alza l’asticella, e quella parte interiore che non si sente mai abbastanza inizia a temere lo smascheramento: “Ora mi vedranno davvero”. Si può descrive come una forma di dissonanza cognitiva tra successo pubblico e rappresentazione privata, spesso accompagnata da strategie compensatorie: perfezionismo, sovra-preparazione, evitamento dell’esposizione.
Ma cosa temiamo che gli altri vedano davvero? La risposta è spesso oscura. Un senso vago di inadeguatezza, che non ha nome ma ha peso. E che si alimenta ogni volta che ignoriamo il corpo, le emozioni, l’immaginario. Ogni volta che diamo valore solo al fare, mai all’essere.
Non dimentichiamoci che la sindrome dell’impostore è favorita da contesti sociali altamente competitivi, performativi, basati sull’apparenza e sul giudizio. Non nasce nel vuoto. È il frutto di una cultura che misura tutto in base alla produttività, che insegna a mostrarsi sempre competenti, ma raramente a sentirsi validi.
È anche una questione di disuguaglianza sistemica: le minoranze etniche e di genere sperimentano questa sindrome più spesso, soprattutto nei contesti in cui la loro presenza è “eccezionale”. È un’esperienza che si intreccia con lo stigma, l’isolamento, la pressione a rappresentare un intero gruppo.
Uscire dalla sindrome dell’impostore non significa ripetersi frasi positive davanti allo specchio. Significa tornare a sentire. Ricostruire connessioni corporee, affettive, immaginative con ciò che si è realizzato.
È un processo terapeutico, ma anche politico. Significa riappropriarsi del proprio spazio interno, della propria voce, del proprio diritto a esistere per ciò che si è, non solo per ciò che si fa. In questo senso, le pratiche basate sull’immaginazione guidata, sul radicamento corporeo e sul contatto affettivo sono più efficaci di qualunque tecnica puramente cognitiva.
Non serve convincersi di essere speciali. Basta smettere di sentirsi finti.
Scopri, comprendi, cambia, fiorisci.
Clance, P. R., & Imes, S. A. (1978). The Impostor Phenomenon in High Achieving Women. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 15(3), 241–247.
Bravata, D. M., et al. (2020). Prevalence, Predictors, and Treatment of Impostor Syndrome: A Systematic Review. Journal of General Internal Medicine, 35(4), 1252–1275.
Harvey, J. C., & Katz, C. (1985). If I'm So Successful, Why Do I Feel Like a Fake? St. Martin's Press.
Peteet, B. J., Montgomery, L., & Weekes, J. C. (2015). Predictors of imposter phenomenon among talented ethnic minority undergraduate students. Journal of Negro Education, 84(2), 175–186.
Fonagy, P., & Target, M. (1997). Attachment and reflective function: Their role in self-organization. Development and Psychopathology, 9, 679–700.
Schore, A. N. (2003). Affect Regulation and the Repair of the Self. W. W. Norton & Company.