Il vuoto dell’eccessiva pienezza: anestesia emotiva

Valerio Bonanno

6/13/20254 min read

In un mondo in cui la soglia dell’iperstimolazione è spesso superata, non sorprende che molti individui sviluppino un modo difensivo di stare nel mondo: smettere di sentire, anestetizzandosi emotivamente e creando una condizione psicologica in cui la persona riferisce un’assenza o una marcata riduzione della capacità di provare emozioni, sia positive che negative. Non si tratta semplicemente di apatia o stanchezza ma di un vero e proprio non sentire, di un silenzio interno distorto, un distacco profondo dal proprio mondo affettivo. Una condizione non consapevole e non voluta, ma che si impone come risposta adattiva a situazioni di sofferenza, sovraccarico o traumi prolungati.

Una disfunzione del sistema integrato mente-corpo

L’emozione non scompare, L’anestesia emotiva è un’espressione di un disfunzionamento dell’organismo nella sua totalità, dove mente e corpo cessano di fluire armonicamente irrigidendo, sclerotizzando la normale integrità del sé. È come se l’intero sistema percettivo-funzionale entrasse in uno stato di congelamento adattivo, dove esperienze di base fondamentali come il sentire, il lasciarsi andare, il riconoscere e accettare il bisogno vengono compromesse, mai pienamente vissute o interrotte prematuramente.

Le cause

In alcuni casi, l’anestesia emotiva si manifesta dopo eventi traumatici (lutti, abusi, malattie oncologiche), come forma di difesa dall’invadenza del dolore. In altri, più subdolamente, nasce da storie di vita croniche in cui le esperienze di base (secondo il modello di Rispoli) non sono state sufficientemente vissute. Bambini cresciuti in ambienti ipercontrollati, giudicanti o carenti sul piano del contatto emotivo possono sviluppare, da adulti, una difficoltà marcata nel riconoscere e vivere le proprie emozioni.

Il corpo, in queste situazioni, può mostrare segnali precoci: una respirazione toracica e contratta, un tono muscolare rigido o ipotonico, una postura spenta, una voce affievolita, difficoltà a entrare in stati di rilassamento profondo. La persona può avere la sensazione di “guardarsi vivere”, come se ci fosse una distanza tra sé e ciò che le accade.

Manifestazioni cliniche: la vita vissuta in assenza

L’anestesia emotiva può manifestarsi in contesti clinici diversi come depressione, disturbo post-traumatico da stress (PTSD), disturbi psicosomatici, disturbi dissociativi. I pazienti depressi non provano emozioni negative ma lamentano il nulla, un vuoto permeante e oppressivo che non lascia spazio ad altre emozioni. Il non sentire si manifesta nelle altre patologie o come sintomo, dove il cognitivo non “parla” e a farlo è il corpo; o come conseguenza creando vissuti di derealizzazione o depersonalizzazione in cui l’esperienza emotiva è estranea al paziente. In tutte quelle patologie in cui invece è il corpo è vittima di uno shock, diventando un territorio che non è più proprio, l’anestesia emotiva emerge come una perdita di senso, identità e progettualità (spesso presenti in pazienti oncologici che subiscono operazioni invasive e dilanianti).

Il lavoro clinico: dal silenzio emotivo alla riattivazione funzionale

Quando accolgo una persona che manifesta anestesia emotiva, non parto mai dall’idea di “sbloccare” forzatamente il sentire. Lavorare con chi non sente non significa “tirare fuori” emozioni, ma creare uno spazio dove esse possano riemergere in sicurezza, quando il sistema corpo-mente sarà pronto a contenerle, quando l’individuo sarà pronto a “sentire”.

Il lavoro avviene quindi su più livelli, favorendo una ricostruzione globale dell'esperienza di sé.

1. Imagery guidata: risvegliare il sentire attraverso l’immaginazione

L’imagery guidata è una delle tecniche che si utilizza con maggiore frequenza in questi casi. Non si tratta solo di “visualizzare” immagini, ma di ricostruire vissuti corporei ed emotivi attraverso rappresentazioni interne cariche di senso. Lavorare con le immagini consente di accedere a livelli profondi dell’esperienza, anche quando le parole non sono ancora disponibili o quando il contatto con il corpo è interrotto. Questo però richiede una lettura del simbolico adeguata e non sempre è accessibile a tutti i pazienti.

All’inizio vengono proposte immagini protettive o neutrali: luoghi di sicurezza, elementi naturali, gesti lenti e avvolgenti. Col tempo, si invita il paziente a entrare in spazi interni più complessi, come le “stanze” delle emozioni o le immagini archetipiche legate al proprio sentire originario. Il tutto viene sempre supportato da indicazioni che guidano l’esperienza sul piano corporeo: come si muove il respiro, dove si localizza la sensazione, cosa fa il corpo in quella immagine. Questo ancoraggio è essenziale, perché impedisce che l’immaginazione diventi un rifugio dissociativo e ne favorisce invece un’integrazione funzionale.

2. Riequilibrio delle Esperienze di Base attraverso il tocco funzionale

Una seconda tecnica è il tocco funzionale ovvero un contatto consapevole, calibrato e mirato a risvegliare esperienze corporee fondamentali, come il contenimento, il lasciarsi andare, la protezione o il piacere del contatto.

L’anestesia emotiva è spesso legata a esperienze di base mai vissute pienamente o interrotte precocemente. Attraverso il tocco, è possibile ridare vita a quelle esperienze con una lentezza e una precisione terapeutica che il solo linguaggio non permette. In assenza di tocco fisico, riproduco il contenuto funzionale dell’esperienza attraverso il tono di voce, la distanza, il ritmo della relazione o esercizi posturali mirati. Questo è particolarmente utile per pazienti che hanno vissuto ambienti ipercontrollati o esperienze affettive inconsistenti: il corpo, in questi casi, ha bisogno di imparare di nuovo cosa vuol dire essere contenuti, sentire, vibrare.

Il tocco funzionale non è mai invasivo. È una forma di comunicazione profonda, che parla al sistema mente-corpo e lo aiuta a recuperare modalità vitali fondamentali per il sentire, riattivando la memoria sensoriale profonda. È una tecnica che richiede grande centratura interna, capacità di ascolto e rispetto profondo per i confini del paziente: per questo è compatibile con un modo di lavorare fondato sulla sensibilità clinica, sull’etica e sulla relazione come processo trasformativo.

Sentirsi anestetizzati è un segnale: qualcosa si è interrotto, o non è mai stato attivato. Non è un punto d’arrivo, ma una soglia: attraversarla richiede tempo, presenza, delicatezza. E nel momento in cui un paziente riesce di nuovo a dire “ho sentito qualcosa”, anche solo per un istante, si riapre la porta a una vita più piena, incarnata, viva.

Scopri, comprendi, cambia, fiorisci.