IL LUTTO ONCOLOGICO: COME SI TRASFORMA IL VUOTO DELLA MALATTIA IN PRESENZA? LE IMMAGINI MENTALI COME PONTE PER LA VITA
Valerio Bonanno
4/22/20254 min read


Il lutto non è solo qualcosa che accade dopo una perdita. Esiste anche un "prima", spesso silenzioso, invisibile, ma non meno doloroso. È un momento di “attesa” in un tempo indefinito, un'esperienza che molti pazienti oncologici e i loro familiari si trovano ad affrontare nel momento in cui la malattia fa irruzione nella vita, portando con sé paura, incertezza e una progressiva ridefinizione dei propri spazi, delle proprie convinzioni, dell’immagine del proprio corpo; una vera ridefinizione della propria identità.
È in questo tempo sospeso in cui si inizia a percepire la possibilità della perdita che include ogni dimensione: della salute, del futuro, del proprio ruolo, della propria immagine corporea, pur non avendola ancora vissuta del tutto. È un’esperienza emotiva intensa, a volte ambivalente, che può generare ansia, ritiro sociale, senso di colpa o rabbia. Anche il corpo reagisce: si irrigidisce, trattiene il respiro, si prepara, senza sapere bene a cosa.
Nel mio lavoro con pazienti oncologici, seguendoli in questi percorsi complessi, le tecniche di Imagery si sono rivelate un valido alleato. Attraverso l’immaginazione guidata, infatti, mi è stato possibile aiutare il paziente ad accogliere le emozioni, a dare forma al dolore, a trovare dentro di sé le risorse per affrontare ciò che accade, anche quando le parole non bastano.
Le immagini mentali hanno un impatto reale sul corpo e sulle emozioni. Guidare una tecnica di imagery molto spesso significa accogliere il dolore del paziente, dolore che anche chi conduce deve essere in grado di accogliere e utilizzare per guidare una rimodulazione dell’immagine mentale rimandata dal paziente.
Nel contesto oncologico, l’uso dell’Imagery può aiutare il paziente a esplorare i propri vissuti interiori, dare un volto alle paure e alle speranze, visualizzare scenari di protezione, contatto, significato. In uno spazio sicuro e guidato, il paziente può rappresentare mentalmente ciò che non riesce a dire, affrontare simbolicamente ciò che lo spaventa e trasformare immagini dolorose in nuove forme di senso. Questo non sempre è naturale e a volte è necessario guidare il paziente dove è più difficile arrivare, suggerendo immagini, suoni, odori che lo aiutino a creare una sua simbologia, una sua Imagery che lo aiuti a elaborare il suo sentire in maniera positiva.
Come in ogni pratica clinica, nessun caso è uguale all’altro: chi, per esempio, è soggetto a recidiva, o chi è sottoposto a chemioterapia e aspetta l’intervento, o infine chi ha già subito l’intervento ma deve affrontare ancora la terapia farmacologica, ogni paziente si trova in un punto del percorso diverso e con percezioni uniche. Tuttavia, lo spazio della perdita si presenta in ognuno di questi pazienti anche se in aspetti diversi: nel prelutto oncologico il paziente si trova spesso a dover elaborare una perdita che si fa strada giorno dopo giorno, con un corpo che si fa evanescente, una quotidianità incerta e una progettualità futura sempre più labile. Le immagini mentali possono in questo caso aiutare ad affrontare il cambiamento in modo meno traumatico, costruendo uno spazio interno in cui poter dialogare con la nuova realtà, o creare delle immagini del proprio Sé transitorie per accettare più facilmente il cambiamento.
Immaginare ad esempio un luogo sicuro, un rifugio interiore, può offrire un’esperienza di conforto e contenimento. Allo stesso modo, visualizzare il proprio corpo come un alleato, anche se cambiato, può favorire un nuovo senso di integrazione utilizzando il vuoto dell’immagine corporea passata (legata spesso ai capelli persi per via della chemioterapia) come stimolo per il cambiamento. Il paziente può essere guidato a immaginare conversazioni simboliche con parti di sé, con le persone amate, con ciò che sente di stare perdendo: questi dialoghi immaginativi spesso portano alla luce desideri profondi, bisogni nascosti, nuove possibilità di elaborazione.
L’imagery aiuta anche chi subisce la perdita a causa della malattia, quando il vero e proprio lutto inizia a porsi come ponte tra il dolore e il significato. Immaginare una scena in cui la persona cara è presente, parlare con lei, ricordare un momento condiviso, possono diventare forme di contatto emotivo e spirituale che lenisce e accompagna. Non si tratta di negare la perdita, ma di trasformarla: da vuoto insostenibile a presenza interiore.
Nella pratica clinica, ho visto pazienti immaginare di lasciare andare ciò che non possono più trattenere, di affidare le proprie emozioni al vento, all’acqua, alla luce. Le immagini diventano simboli, strumenti di rielaborazione. E spesso, attraverso questo linguaggio interno, il dolore si fa più leggero, più narrabile, più integrabile.
Una paziente oncologica con una recidiva, durante una seduta, ha immaginato di poter passeggiare in un prato verde all’ingresso di una foresta che lasciava filtrare la luce ma che aveva paura di attraversare anche se sapeva in che direzione doveva dirigersi. In quell’immagine c’erano tutte le sue emozioni: l’incertezza, la paura, ma anche la speranza, la possibilità che, anche nel più fitto della foresta, esista una luce che guidi.
Lavorare con queste immagini non significa offrire soluzioni pronte, ma accompagnare la persona a scoprire dentro di sé significati nuovi. Ogni immagine è unica, personale, e ha il potere di aprire strade dove prima sembravano esserci solo muri.
Nel lutto e nel prelutto, le parole spesso si fermano. Si fa fatica a spiegare cosa si prova, cosa si teme, cosa si sta perdendo. Le immagini, e l’imagery nello specifico, invece, arrivano dove il linguaggio razionale si interrompe. Offrono un canale diretto con il nostro mondo interiore, ci permettono di elaborare, trasformare, ricucire aiutando il paziente a entrare in contatto con la propria esperienza senza esserne travolto; creano uno spazio simbolico di contenimento e creatività in cui anche la sofferenza più grande può trovare una forma, un volto, un senso, permettendo di accogliere il dolore, senza giudicarlo né forzarlo, e di accompagnare il paziente verso una trasformazione possibile, anche in mezzo alla fragilità.