Il corpo che (non) abitiamo
Valerio Bonanno
6/10/20253 min read


Quando la relazione con il proprio corpo si incrina, non sempre è l’evidenza di un trauma esplicito. Spesso, la percezione corporea distorta, l’alterazione dell’identità somatica o un senso cronico di estraneità affondano le radici in vissuti più silenziosi ma profondamente disfunzionali: esperienze di base non vissute, parziali, interrotte.
Nella prospettiva della Psicologia Funzionale (Rispoli, 2004), il corpo e la mente non sono entità separate, ma due manifestazioni simultanee di un’unica struttura integrata: il Sé. Le esperienze di base – come il contenimento, il piacere, l’espressione piena, il lasciarsi andare – costituiscono le fondamenta di questo Sé, plasmando fin dall’infanzia il modo in cui viviamo, sentiamo e percepiamo il corpo. Quando queste esperienze non vengono integrate, o sono carenti, si creano veri e propri cortocircuiti funzionali che imprimono il non vissuto nel corpo. Lì, dove un’esperienza è mancata, il corpo risponde irrigidendosi o atrofizzandosi: sclerotizzazioni, ipertrofie, ipotrofie funzionali diventano modalità stabili (e disfunzionali) di organizzazione dell’esperienza. Il respiro si accorcia, il tono muscolare si irrigidisce o si svuota, il ritmo si disallinea. Il Sé non è più un sistema fluido e integrato, ma un insieme di funzioni frammentate o eccessivamente settorializzate.
In queste condizioni, la visione del proprio corpo, intesa come percezione interna, immagine corporea e identità somatica, può distorcersi, mutare. L’individuo può sentirsi inadeguato, non riconoscere più il proprio corpo come “casa” o “strumento” di sé, viverlo come oggetto esterno, fonte di disagio, vergogna o repulsione, creando alterazioni funzionali che possono costituire la base di dismorfismi corporei e di vissuti soggettivi di inadeguatezza somatica, anche in assenza di reali alterazioni fisiche. La disfunzione non risiede solo nello sguardo sociale, ma in una radice interna, fisiologica ed emozionale: il corpo non è stato mai davvero sperimentato come vivo, accogliente, valido. Non è stato “abitato” in sicurezza, piacere, forza.
Questo fenomeno è ancora più evidente nei pazienti oncologici. La malattia e i suoi trattamenti (interventi chirurgici, chemioterapia, radioterapia) portano a trasformazioni corporee improvvise e invasive. L’identità fisica si frantuma: la perdita dei capelli, le cicatrici, la mastectomia, la stanchezza cronica. Non si riesce a stare al passo con i cambiamenti e, se il Sé non ha radici funzionali profonde, la disintegrazione dell'immagine corporea può diventare uno dei principali fattori di sofferenza.
Molti pazienti riferiscono di sentirsi “altro da sé”, come se il corpo non gli appartenesse più, oppure lo vivono come minaccia o come traditore. È in questo senso che la visione distorta del corpo non è solo cognitiva o simbolica, ma funzionale: affonda nei sistemi di base compromessi, nella perdita di esperienze come l’accettazione, l’espansione, il piacere corporeo, il diritto a esistere nel proprio corpo.
In questo scenario, le tecniche di Imagery guidano al recupero dell’integrazione. A differenza della visualizzazione immaginativa in senso classico, l’Imagery lavora su immagini che attivano realmente il sistema corpo-mente: muscoli, respiro, emozioni, memoria implicita, accompagnati dalle parole ridondanti e sicure che guidano e “portano”.
Far immaginare al paziente un’esperienza mai vissuta – come essere contenuto da una figura protettiva, provare piacere nel movimento, sentire il proprio corpo caldo e presente – non è un semplice esercizio mentale. È un’esperienza completa che, se costruita nella relazione terapeutica, può riattivare funzioni compromesse. L’Imagery non inventa, ma fa emergere: accede a memorie corporee dimenticate o potenziali, le rende disponibili e le trasforma in risorsa.
In contesti come quello oncologico, queste tecniche aiutano a riorganizzare l’immagine corporea dopo i cambiamenti indotti dalla malattia, sostenendo il paziente nel processo di accettazione e reintegrazione di un corpo diverso ma ancora vitale, guidandolo anche in una prospettiva futura che deve essere reale e non limitata dalla malattia. In soggetti con dismorfismi o blocchi somatici persistenti, l’Imagery accompagna la trasformazione graduale della percezione del corpo, rendendo nuovamente possibile l’esperienza del piacere, della forza, della presenza.
Il corpo non è solo superficie o oggetto, ma una via d’accesso privilegiata al Sé. Le sue disfunzionalità non sono sempre urlate da sintomi, ma spesso agiscono nel silenzio della mancata esperienza. Lavorare sul corpo attraverso l’Imagery e altre tecniche funzionali non significa agire “sul basso”, ma toccare il fondamento più profondo dell’identità: quella sintesi vivente tra funzioni psichiche e fisiologiche da cui ogni essere umano nasce.
Scopri, comprendi, cambia, fiorisci.