Come il cerevello riscrive i ricordi: tra biologia e psicoterapia

8/4/20252 min read

Un recente articolo di Valeria Pini su Repubblica, che riporta le conclusioni del Congresso "Disturbi mentali: trauma, vulnerabilità e resilienza", ha sottolineato un punto cruciale e spesso trascurato: il trauma non si traduce automaticamente in un disturbo post-traumatico da stress (PTSD). La ricerca citata, in particolare uno studio sui topi pubblicato su Nature che evidenzia come l'amigdala possa "sovrascrivere" memorie spiacevoli con esperienze positive, offre spunti interessanti sui meccanismi biologici alla base della resilienza. Tuttavia, è fondamentale riconoscere che questa intuizione, seppur supportata da nuove evidenze neuroscientifiche, risuona profondamente con concetti ben consolidati nella pratica psicoterapeutica e nella comprensione della neuroplasticità cerebrale.

L'idea che il cervello possa trovare una "via d'uscita" dal trauma non è affatto una scoperta sensazionale per chi opera nel campo della psicoterapia. Al contrario, è il fondamento stesso di molti approcci terapeutici. La psicoterapia, in quasi tutte le branche lavora proprio sulla rielaborazione e desensibilizzazione delle memorie traumatiche, modificando il loro impatto emotivo e cognitivo. Attraverso tecniche specifiche, i pazienti imparano a confrontarsi con i ricordi traumatici in un ambiente sicuro e controllato, riducendo l'attivazione fisiologica e le reazioni di evitamento. Questo processo di rielaborazione consente di "riscrivere" il significato del ricordo, integrandolo nella narrazione personale in modo meno invalidante, un processo che potremmo benissimo definire come una "sovrascrittura" funzionale a livello psicologico.

La capacità del cervello di adattarsi e rimodellare le sue connessioni in risposta all'esperienza, nota come neuroplasticità, è un concetto ampiamente accettato dalla comunità scientifica (Doidge, 2007). Le scoperte sui meccanismi molecolari nell'amigdala, che permettono di sovrascrivere memorie spiacevoli, offrono una conferma biologica a ciò che i clinici osservano quotidianamente: il cervello non è statico, ma dinamico e in continua evoluzione.

Interessante è anche il parallelismo con le intuizioni di Sigmund Freud. Il concetto freudiano di "rimozione", intesa come un meccanismo di difesa inconscio che allontana dalla consapevolezza contenuti mentali spiacevoli o inaccettabili, può essere letto oggi anche alla luce di questi meccanismi biologici. Sebbene la terminologia e le metodologie siano profondamente diverse, l'idea che esistano processi attivi, seppur inconsci, che cercano di mitigare l'impatto di esperienze dolorose sulla psiche, trova una risonanza nelle moderne ricerche neuroscientifiche che esplorano come il cervello gestisce e talvolta "nasconde" il trauma (Schacter, 1999). Non si tratta di una rimozione nel senso di cancellazione, ma piuttosto di una modulazione o riorganizzazione dell'accesso a tali memorie.

Articoli di questo tipo aggiungono nella cultura collettiva tasselli importanti al puzzle di comprensione del trauma. È un ulteriore punto di vista che sottolinea l'urgenza di unire le scoperte della ricerca di base con la pratica clinica. Emerge il bisogno di una reale integrazione tra le prospettive biologiche e psicologiche per una comprensione più completa e un trattamento più efficace del trauma.

È fondamentale che le ricerche sulla neurobiologia del trauma non rimangano confinate ai laboratori, ma che siano tradotte in nuove strategie terapeutiche e in una maggiore consapevolezza pubblica. Portare la salute mentale in auge significa riconoscere la complessità del trauma, la resilienza intrinseca dell'essere umano e la potenza trasformativa della psicoterapia, supportata da una crescente comprensione dei meccanismi cerebrali. Solo attraverso un dialogo costante tra scienza e clinica, e promuovendo una cultura che valorizzi il benessere psicologico quanto quello fisico, potremo affrontare in modo più efficace le sfide poste dai disturbi legati al trauma.

Scopri, comprendi, cambia, fiorisci.

  • Schacter, D. L. (1999). The Seven Sins of Memory: Insights from Psychology and Cognitive Neuroscience. American Psychologist, 54(3), 182-203.

  • Doidge, N. (2007). The Brain That Changes Itself: Stories of Personal Triumph from the Frontiers of Brain Science. Penguin Books.